1992, ROMA, Villa Leopardi

per Comune di Roma e Università di Roma La Sapienza, nell’ambito di una ricerca del Dipartimento di Biologia Vegetale di Roma “La Sapienza” per il Comune di Roma, direttore Franco Bruno, REALIZZATO, 

Racconto di un rabdomante effimero

A lungo quattro diverse Soprintendenze, tutte ostili, mi hanno tenuto alla prova, incerte se stessero difendendo i resti invisibili di una villa scomparsa, che forse non c’era mai stata, o una preziosa enclave naturale, naturalmente invece antropizzata.
Villa Leopardi è un fondo rustico sulla via Nomentana messo a dimora nei primi anni del Novecento, poi abbandonato e infine trasformato in spazio pubblico. Prima dell’intervento il massimo degrado: la vegetazione impenetrabile accoglieva un maneggio abusivo, uno sfasciacarrozze, ogni sorta di turpe commercio illecito.
Il luogo è interessante per la morfologia e per la vegetazione, ma soprattutto per un fitto reticolo di catacombe sotterranee (S.Agnese). Dunque una identità ibrida, di suolo archeologico, giardino-non giardino, enclave di selva nella città.
Il progetto rispetta il carattere “selvatico” del luogo, limitandosi a una bonifica, e allo stesso tempo lo rende vivibile, tracciando una passeggiata dorsale “dolce”, di mattoni, di larghezza sempre variabile, con frequenti occasioni di sosta e un commento continuo al movimento del pubblico: muri bassi si alzano e abbassano per forzare o alleggerire le prospettive.
La trama sotterranea della catacombe, che ha un disegno organico molto bello, è proiettata fedelmente in superficie da un parterre di rose rosse. Questa idea rabdomantica, un po’ pop, di raccontare in scala reale la straordinaria ricchezza sotterranea del tutto sconosciuta ai più, parve ad alcuni addirittura blasfema e costò per affermarsi una durissima battaglia. Dopo l’inaugurazione, dove produsse un magnifico effetto, accadde l’imprevedibile: scomparve nel nulla in due soli giorni per un raptus fulminante di cleptomania collettiva del pubblico. Da questo effimero trionfo ho tratto una bella lezione per me sulla durata dell’architettura nel contemporaneo. Ancora: due fontane a terra, pensate come polle affioranti su labirinti policromi, alti appena cinque centimetri, segnavano due mete intermedie del percorso. Durante la costruzione capii che nessuno le avrebbe mai curate. Mi parve opportuno trasformarle in mosaici, sotto ai quali giace tuttora in sonno un impianto idraulico perfettamente funzionante, un piatto ghiotto per gli archeologi del futuro. Questi gli elementi principali di un parco che funziona benissimo per dodici anni, fra i suoi ospiti abituali Bruno Zevi che quotidianamente vi faceva jogging, poi senza una parola, una critica, alcuna giustificazione è demolita dall’amministrazione Veltroni.

Team: Franco Zagari, Gianpiero Donin, Rodolfo Palma, Carlo D’Ubaldo. Consulenza storica di Arnaldo Bruschi. Consulenza botanica di Giovanni De Marco.

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