2010, ROMA, Giardino pensile del complesso abitativo Z5

per società Impreme, REALIZZATO

Z5 è il giardino di un grande crescent residenziale a sei piani, di forma ellittica. Il giardino è il fuoco psicologico dell’intero complesso, sia perché è lo spazio corale su cui si affacciano la maggior parte degli appartamenti, sia perché è il principale sistema di accesso. Lo spazio è una corte chiusa su tutti i lati tranne che a Nord sull’ingresso di via Ojetti, un’ellisse perfetta, luogo rappresentativo che è da vedere e da attraversare ma non è fatto per sostare.

Il suolo è interamente artificiale, un roof su garage e servizi sottostanti. La scena che si presenta a chi entra è una sequenza di prati alberati con washingtonie, ciliegi giapponesi, magnolie soulengiane, bambù, su tre livelli a gradoni. Sulle absidi laterali, dove scale mettono in contatto i tre livelli, sono disposte balaustre metalliche in forma di musharabi semitrasparenti come supporto a una vegetazione di Ficus repens, mentre il salto di quota fra i diversi gradoni è mediato da grandi pergole sempre in acciaio, in varie tonalità fra il blu e l’azzurro, ricoperte di glicine. Le pergole sono formate da portali paralleli collegati da cavi, formati da piatti sagomati tutti leggermente diversi fra loro, che ricordano un corpo di ballo allineato sulla scena. Le stesse sagome sono impiegate radenti sopra gli aeratori. Sono piatti di metallo, ognuno con un lato retto e l’altro curvilineo, ricavati con taglio laser da lastre, da ciascuna delle quali si ottengono sei moduli, senza sfridi. I profili delle sagome sono tali da modificare molto la vista a seconda di come si muova l’osservatore. I piatti sono assemblati con bullonature molto vistose.

Al centro del giardino vi sono percorsi policromi di resina e una piazzetta, caratterizzata da una immagine, i due grandi occhi enigmatici e indimenticabili di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany dipinti sul suolo, che appaiono e scompaiono velati da una nuvola intermittente di vapore, un arco di getti di acqua e aria. Come in uno stupa nepalese questi occhi rendono immateriale e indicibile il giardino nel suo punto più delicato il centro, sottraendolo alla sua staticità euclidea. Il luogo è mosso da un’energia metafisica. È un carattere forte quanto misterioso, affidato alla interpretazione aperta di chi lo vive, un disegno che si è in qualche modo affermato da sé, selezionato fra tanti che avevamo provato per occupare il centro e che non siamo poi più riusciti a rimuovere. Il progetto è stato fiutato, discusso poi approvato da quasi tutti gli abitanti.

Franco Zagari. Staff: Barbara Salerno, Maura Teiner, Domenico Avati

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