I PAESAGGI DI WILLIAM KENTRIDGE

Triumphs and Laments, di William Kentridge, opera lineare provvisoria sui muraglioni del Tevere da Ponte Sisto a Ponte Mazzini, alta 9 metri per oltre 500 metri di lunghezza, è una delle opere d’arte pubblica più significative mai realizzate a questa scala. E’ un gigantesco graffito ottenuto con una idropulitrice, con semplici sottrazioni della patina che il tempo ha depositato sui muraglioni in più di cento anni, un racconto di novanta temi ispirati alla storia di Roma,

alternati come episodi in feedback, indipendentemente da un ricordo di un momento di gloria o di sconfitta, una successione di vicende di uomini, animali, paesaggi, dove il ritmo della narrazione è il vero protagonista. Il 21 aprile una processione con musiche e danze inaugurano l’opera che trasforma il luogo in uno spazio del tutto inedito, “una piazza fluviale”, come è stata definita, con la stessa misura da ponte a ponte del Circo Massimo. Uno spazio pubblico di nuova generazione che trasforma un tratto sordo dell’invaso fluviale in una nuova piazza di Roma, dove nessuno avrebbe potuto pensare che questo fosse possibile. Dopo tanti anni sulle rive del Tevere torna potente un respiro creativo, che a me sembra senza difficoltà rinviare a quello della Cappella Sistina. Nel nostro tempo la memoria va all’Highway ‘86 Processional dei Site a Vancouver, ma ben diverso nelle due opere è il genere, il gioco fra aspetti della commedia e della tragedia umana, che queste opere suscitano, le loro suggestioni, le domande che pongono. Kentridge propone nuovi canoni, che appartengono a quella vasta fenomenologia che segna la nostra epoca, che brevemente può essere definita “della discontinuità”, un angolo critico e una capacità di saper vedere che se ben compresi oltre al loro valore culturale possono avere delle ricadute sociali e economiche molto importanti, e io penso che questa opera lo possa dimostrare, come un teorema.

Dalle opere di Christo e Jeanne Claude, alla High Line, alcune opere che lavorano sul tema del paesaggio come progetto in molti casi hanno uno straordinario potere d’immagine che coinvolgere profondamente il pubblico, indipendentemente dalle sue funzioni primarie, violando le nostre consuetudini più pigre e conformiste. Così è anche per Kentridge che usa la sua tecnica del disegno a carboncino, ma al negativo, e ci ricorda che la sua formazione è in un paesaggio instabile, quello minerario di Johannesburg, un terreno intriso di carbone che cambia costantemente, dove le impronte sono le matrici, i segni fugaci ma più significativi dell’opera dell’uomo e della sua memoria. Questo cult site all’improvviso autorevolmente inserisce Roma fra le capitali dell’arte moderna nel mondo, ed è interessante sapere che è stato realizzato gratuitamente da privati per iniziativa di una onlus, con il concorso di molti sponsor e volontari.

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