Il desiderio è di riconferire, quanto possibile, al luogo almeno il suggerimento di una tensione armonica che ritrovi la sua logica autentica. Così riappaiono proiettati nel giardino gli assi classici, i tracciati regolatori -tutti in radice di 2- e le proporzioni -e le deformazioni- della villa. Su un fondo di mattoni a spina e di prato il tentativo è compiuto con un pattern regolare di intarsi di marmo verde -opus barbaricum- e di sculture topiarie di gelsomino, un reticolo di siepi regolari la cui dimensione -come per un effetto ottico, di nuovo illusionistico- diminuisce gradualmente dalla villa al muro di cinta, rendendo incommensurabile la distanza.
Sfruttando una tecnica ingegnosa propria delle esposizioni floreali le siepi sono state preparate in vivaio e poi solo appoggiate a terra. Sono doppie gabbie di rete con un feltro sulle pareti, con le piante su tutte le superfici esterne. Questo espediente macchinoso è stato dovuto al rispetto del monumento -la "nuova" opera era più accetta se "reversibile"- e per le necessità di pronto effetto del cantiere, essendo il giardino l'ultima opera a chiudersi del restauro.