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CATANZARO, Piazza Matteotti, 1992
Il ritmo e l'urlo


Con Enzo Amantea, Antonio Uccello e Ferdinando Gabellini
"A new and surprising interpretation of public space with the floor as a large picture and the place itself as a large urban sculpture". Jahn Gehl & Lars Gemzøe

E' uno dei progetti a me più cari, molto discusso a Catanzaro, con passione pro e contro, accolto con buona curiosità dalla critica, fino alla Treccani. Era da quaranta anni, dopo il Viadotto della Fiumarella di Riccardo Morandi, che la città non scommetteva sull'architettura. Dopo questo silenzio la piazza ha liberato un linguaggio che non poteva essere che di rottura, ed è stato un urlo. L'inaugurazione è stata un avvenimento, più di un terzo dei cittadini erano lì, la piazza non si vedeva più. Nessuno ne ha poi parlato, ma la rivalutazione del valore dei palazzi attorno è stata molto rilevante. Solo per questo valeva la pena, anche per un giorno solo. Ma sono passati dieci anni, la piazza è sempre piena di gente, soprattutto di giovani.

La piazza è la prima e più forte immagine "interna" di spazio pubblico che Catanzaro dà di sé a chi arrivi da fuori. E' una nuova visione che rilegge come una unità uno spazio che si è formato in più di cento anni, che prima dell'intervento non aveva un suolo, ma un confuso coacervo di asfalto, viabilità e parcheggi, con la folla schiacciata sui marciapiedi, perduta l'austera sobrietà di quando all'inizio del Novecento era Piazza Indipendenza.
Di questo spazio mi ha colpito un effetto sinfonico che nel tempo si è spontaneamente prodotto fra le voci delle diverse epoche. Certamente è stato importante ristabilire un orientamento dei principali percorsi e decidere una strategia di comportamenti, di come e dove stare. Ma la suggestione più forte è stata il ritmo dello spazio, la successione dodecafonica di elementi e stili, materiali, luci e ombre.
I temi: una passeggiata commenta l'intenso flusso della folla con un disegno cinetico bicromo, in granito nero assoluto d'africa -a righe lucide e fiammate- e travertino. Il giardino primo novecento di fronte al Tribunale viene restaurato e ampliato. Un'altra parte più di risulta è attraversata da linee di energia, le isocrone di un grande orologio solare che è solo una macchina retorica, le linee sono vive più di notte che di giorno e la misura del tempo è gnomonica, ma anche digitale. Vi è infine un punto dove salire, sedersi e vedere le cose dall'alto, è una "scaletta" che finisce nel vuoto, un segno di identità della città con un forte carattere fisiognomico.
Un miracolo si fece con il cantiere, riaprendo attività artigianali interrotte, come nel taglio e nella posa della pietra.